Testimonianze su Simonpietro Marchese
(non riviste dagli autori)

da Daniela Di Carlo di Agape (12 maggio 2004)

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono, fate tacere il cane con un osso succulento, chiudete i pianoforti, e tra un rullio smorzato portate fuori il feretro, si accostino i dolenti. Incrocino aereoplani lamentosi lassù e scrivano sul cielo il messaggio Lui è Morto, allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni, i vigili si mettano guanti di tela nera. Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed il mio Ovest, la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica, il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto; pensavo che l'amore fosse eterno: e avevo torto. Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte; imballate la luna, smontate pure il sole; svuotatemi l'oceano e sradicate il bosco; perchè oramai più nulla può servire." Funeral Blues di W.H. Auden

Care amiche, cari amici,

pochi giorni fa un agapino, uno di noi, Simonpietro Marchese, che veniva da sempre ad Agape per fare staff e sguire campi (cadetti, invernale, politico, teologico, week-end uomini, weekend etica, 30 e oltre), per occuparsi dell'Associazione Amiche e Amici di Agape o semplicemente a farci un saluto è morto. Una morte prematura, a giugno avrebbe compiuto 40 anni. Una di quelle morti improvvise che non lasciano il tempo di salutarsi, di reciproca riparazione del danno che ogni relazione porta con sé, di preparazione all'assenza. Siamo abituati a pensare alla morte come ad una esperienza legata alla vecchiaia, legata al momento in cui si può fare un bilancio, perché sazi di giorni, di ciò che ci è accaduto nel corso dei numerosi anni che abbiamo trascorso sulla terra. Niente può consolarci, niente può risarcirci della perdita che tutti noi abbiamo subito con la morte di Simonpietro, perché il tempo della pienezza della vita di questo nostro amico e fratello, è scomparsa con lui. 

E' per questo che mi è venuta in mente la poesia di Auden in cui si parla del dolore che scaturisce da una relazione interrotta. Auden parla con forza e a noi questo tipo di forza ci piace e l'abbiamo riconosciuta anche in Simonpietro. Non tanto dai modi, spesso delicati, ma dalla capacità con la quale ha orientato la sua vita verso la ricerca di un'esistenza che poneva l'attenzione la ricerca di un bene comune che andava costruendosi anche attraverso una profonda e coraggiosa riflessione di genere. Se Auden ci piace non condividiamo però i versi finali in cui sostiene che "oramai più nulla può servire". Il patrimonio di ciò che si sono scambiati coloro che hanno conosciuto Simonpietro rimane tutto. E da qui che vogliamo ripartire offrendo a chi lo desidera condividere attraverso la newsletter l'esperienza che di lui abbiamo avuto. Non è la celebrazione di una persona quella che vi proponiamo ma una elaborazione di un lutto collettiva che ci insegni ad amare la vita anche in presenza della morte. Chi vuole può quindi mandarci un pensiero un ricordo, qualche frase rimasta nella memoria, qualche segno di qualche gesto. Saranno raccolti in una sezione apposita del sito di Agape.

Abbracciando Myriam, compagna di Simonpietro, le sue figlie, Silvia e Valentina, e Violetta, la mamma, vi salutiamo dedicandovi le parole di Emily Dickinson, 1864, che ci parlano di quella resurrezione raccontataci da Gesù Cristo di cui saremo, a suo tempo, testimoni:

"Questo mondo non è conclusione. C'è un seguito al di là invisibile, come la musica ma concreto, come il suono..."

Daniela Di Carlo

 

da Fausto di Nuova Proposta (11 maggio 2004)

La mattina di giovedì 6 maggio 2004 Simonpietro correva affannato alla stazione di Milano per raggiungere Roma; sulle spalle il suo zainetto carico come la sua testa delle tante cose che lo attendevano quel giorno della settimana più importante per il suo percorso verso il pastorato. Sabato avrebbe discusso il suo sermone di prova. La notte l'aveva passata a lavorare.

Era affaticato e pieno di entusiasmo. Ma quando la sua dolce Miriam lo ha chiamato non era su quel treno; così diceva una voce sconosciuta che rispondeva al suo telefono: aveva raggiunto la dimora del Padre che sono i cuori di chi lo conosce. Il giovedì precedente era ad Agape per il campo “Tutto su mio padre”, dei gruppi e degli uomini che si interrogano su un nuovo maschile.

Ho immaginato che quei quattro giorni siano stati la sua personale pasqua perché dopo la passione del lavoro per l'organizzazione del campo, venerdì sera ha subito la sua crocifissione per aver proposto un film bellissimo che toccava i temi della paternità biologica e non biologica, della differenza con la maternità e i suoi modi di amare e di trasmettere ai figli; film che qualcuno non ha compreso e sulla scelta del quale è stato aggredito, proprio lui padre non biologico di Valentina e Silvia, per questo dimesso da rappresentante dei genitori nella loro scuola.

Prima di dormire ci siamo seduti a fianco sul suo disordinato letto perché volevo sapere cosa provava per quella violenza verbale e per quel modo di essere trattato senza rispetto umano, come una pezza da piedi (diremmo a Roma) e lui non provava nessun sentimento di rabbia, anzi quasi si scusava perché quella persona non era riuscita a capire la profonda congruenza tra il film e il lavoro sulla figura del padre che stavamo facendo.

Dispiace dirlo, ma dalla casta dei pastori, moderatori, teologi, figli di, era un po' considerato un pària e la sua umanità come una debolezza. Poi dopo la crocifissione del venerdì, la mattina di sabato con il lavoro di psico dinamica del corpo, per lui è stato un po' scendere nei suoi inferi (della giovinezza e del suo rapporto col proprio padre) ed io mi sono trovato a scendere con lui. Abbiamo giocato insieme; con noi c'erano anche due amici, Jones e Fabio ed è la gioia di questo ricordo che mi tiene adesso in vita. Dovevamo vestirci in modo comodo e lui si è presentato con una tutina di velluto viola/fucsia attillatissima prestatagli dalla pastora Daniela DiCarlo ed una maglietta corta dalla quale debordava il suo pancione: riesce a farmi sorridere mentre le lacrime mi strozzano la gola!

Il giorno dopo eravamo tutti intorno lui a parlare del suo prossimo compleanno, della festa che avremmo organizzato a Roma per la sua tesi, dei progetti e del lavoro da fare per la REFO e per il gruppo maschile; questa scena è un po' l'immagine del sepolcro vuoto e della letizia della resurrezione. La sua lettera al figlio che durante il lavoro dei gruppi andava scritta e sovrapposta all'immagine personale del proprio padre, Simonpietro l'aveva destinata a Silvia. Non è stata ritrovata tra le sue cose e speriamo che l'abbia spedita così come si era ripromesso e ci aveva confidato avrebbe fatto.

Fausto

dal Gruppo Maschile Plurale (11 maggio 2004)

Riunione del Gruppo Maschile Plurale. Parliamo di Simonpietro. "Simonpietro si riempiva la vita di troppi impegni": lo vediamo organizzare, elaborare progetti,  di notte a scrivere, di giorno a dividersi fra tutti i troppi sì della sua generosità di sé. Questi impegni l'hanno portato via dalle riunioni del Gruppo. Siamo arrabbiati con il passato, con il presente  e con il futuro. 

Si interpreta Simonpietro: "era stanco di caricare su di sé i tanti conflitti che si rifiutava di risolvere con modalità maschili di competizione e prevaricazione". Abbiamo davanti agli occhi un'immagine di lui che corre dietro un treno alla stazione di Milano e che si accascia per la fatica. Razionalizziamo, siamo superficiali, cinici, autistici. Ci commuoviamo. Impossibile andare oltre lacerti di ricordi: "era leggero, noncurante, nel senso positivo del termine", "un genio, una sorgente di proposte originali ed intelligenti"; "una volta (era tardissimo) mi ha chiamato che aveva la macchina in panne e sono rimasto con lui tutta la notte"; "la scelta del film 'Il Figlio' per la tematica del padre era perfetta, non è stata capita" ; "la sua performance alla mattinata di psicomotricità è stata profonda, estatica"; "il suo modo di portare avanti il culto domenica è stato originale, interessante"; "averlo come conduttore del sottogruppo è stato un vantaggio"; "la camminata in cui lui ci guidava bendati è stato un momento commovente". Chi non è venuto ad Agape è avido degli ultimi dettagli, vuole sapere tutto; si riesce a parlarne fluentemente, a patto di restare leggeri e noncuranti. Si ride un casino. Reagiamo: vogliamo fare, continuare con lui qualcosa e aiutare chi rimane.

"La disperata passione del mondo" di Pasolini animava anche Simonpietro.E' impossibile riuscire con le parole a colmare l'assenza, del suo percorso e della sua riflessione, nelle nostre vite. Un vuoto di cui, per tutta la lunga serata, non si è riuscito a parlare.

da Luigi Ranzani (10 maggio 2004)

Care sorelle e fratelli, quello per Simonpietro sarà un cordoglio lungo, profondo e bruciante. Tornerà sempre agli occhi il suo andare spedito e oscillante, a piedi o in bici, con il suo zainetto immancabile. Il suo sorriso calmo, la sua parlata dolce e sottovoce. Aveva il cuore aperto e apriva il cuore.

Anne Zell, durante il funerale ha letto la sua lettera al moderatore, che portava nello zainetto la mattina mentre andava al treno, per chieder la consacrazione. Una lettera di semplici parole, quasi infantile, in cui ringraziava tutti quelli che aveva incontrato, ma proprio tutti, da cui aveva imparato e ricevuto. Nessun riferimento a lavori, relazioni, comunicazioni, interventi, servizi fatti o svolti. Nessun curriculum. La via di Gesù non ha una carriera. Questo il Simonpietro che noi abbiamo perso. Nessun ostacolo serio per ristabilire una relazione interrotta sarebbe mai esistito per lui; prediligeva il livello non convenzionale della comunicazione: un mix di esperienza di lavoro nel campo formativo, ma anche una fonte personale di gioia del vivere che conosce chi compie una radicale decisione di imitare Gesù.

Una dedizione senza ritorno, senza untuose rivendicazioni di status; una contentezza continua, dilagante e contagiante. Così, il suo non esserci ci brucerà: la sua parabola umana non conclusa è il dono che Dio ci ha lasciato di lui, per sempre in questa veste profetica. Anche se, ogni volta, vedremo anche il vuoto reale. Vi saluto con le parole conclusive di una sua preghiera che abbiamo ripetuto 14 volte, tante quante sono state le volte che abbiamo celebrato il "culto itinerante per le relazioni" (perché Gesù non è venuto a fare accademia ma a cambiare le relazioni tra le persone) nel nostro e suo Circuito:

"Scuoti o Signore le nostre menti che sono paralizzate dalla paura di tutto ciò che non è conosciuto, invece che essere attratti e incuriositi. Apri i nostri occhi affinché possiamo vedere un mondo con un orizzonte ampio e lontano, in cui diverse culture e diversi modi di testimoniare la tua Parola possano comunicare sorrisi, tensione all'ascolto, essere fonti di relazioni di reciproco servizio gratuito, che abbiano come obiettivo di contribuire alla felicità ed alla serenità dell'altra/o. Infrangi, o Signore, il muro della sete di protagonismo, della brama di metterci in mostra, della tentazione di vivere come potere e dominio sull'altro/a, le nostre responsabilità che hanno, in realtà, fini di servizio e parità. Oltre questo muro che ci costruiamo, troviamo il tuo modo di comunicare, che Gesù ci ha insegnato, di rispondere alla chiamata, di rispettare le differenze, di condivisione sotto un unico tetto delle più diverse culture, ceti, razze, che come uomini e donne siamo chiamati/e a vivere come se fosse già presente. Alimenta, o Signore, con il tuo spirito queste creature e ricordaci che tutto il nostro essere è frutto solo della tua grazia immensa. AMEN"

Un caro abbraccio, Gigi Ranzani, sovrintendente del sesto circuito

da Andrea Ambrogetti (9 maggio 2004 - GayRoma.it)

Da quando si era trasferito a Milano (quanti anni sono passati?), non avevo più avuto occasione di vederlo. Eppure la sua presenza fraterna accanto a me, fatta direi di una simpatia spontanea e di una naturale propensione ad andare verso il prossimo, non era mai svanita. Si vede che certe persone restano in qualche modo “impresse” negli altri. E forse questo era almeno uno dei suoi carismi. Poi aveva anche una straordinaria competenza teologica, una grande capacità di dialogo ecumenico, di attenzione pastorale, di suscitare entusiasmo e attrarre energia.

Ecco perché l’improvvisa morte di Simonpietro Marchese, storico esponente della Refo (Rete evangelica fede e omosessualità), di cui era coordinatore del gruppo teologico, pastore protestante, mi sembra scioccante. Sono dolori questi che ci sembrano ingiusti: perché torna nella casa del Padre proprio colui che qui sulla terra è in grado di dare di più agli altri? Sono davvero destini imperscrutabili i nostri! Si può pregare, forse, ma certo è difficile capire, accettare.
Quando verso la fine degli anni ’90 la Refo e i due gruppi di gay credenti di Roma (Nuova Proposta e La Sorgente) hanno avviato un fitto cammino di incontri e di scambi, la figura di Simonpietro ci aveva colpito subito perché da eterosessuale si era appassionato alla questione del rapporto tra fede e omosessualità e impegnato con grande energia nella tante attività della Refo. Un caso rarissimo il suo, dunque. Eppure me lo ricordo come una persona per la quale tutto veniva “naturale” e “spontaneo”, identità di genere e orientamento sessuali compresi. Si interrogava a fondo, certo, sui tanti perché che ci pone la nostra esistenza, ma dal suo sorriso, che non lo abbandonava quasi mai, traspariva una tranquillità di fondo, un ottimismo ben radicato nelle profondità dell’anima.

Il suo contributo intellettuale è stato rilevante e dovrebbe essere in qualche modo rimanere a disposizione di tutti. Già adesso basta far partire un qualsiasi motore di ricerca per leggere qualcuna delle sue riflessioni. Negli ultimi tempi era stato chiamato a presentare un libro che ha visto anche me coinvolto (“Anime Gay”): stanotte solo questo pensiero mi consola.

da Claudia Angeletti (7 maggio 2004)

Quanto è difficile accogliere la tua volontà, Padre nostro, quando ci lascia più sole/i e ci strappa gli amici e fratelli che tu ci hai donato. Grazie per il dono di Simonpietro e per quanto nel tuo Nome abbiamo abbiamo con lui condiviso. Consolaci tutti/e e ciascuno/a.

dal Centro Evangelico Bethel (7 maggio 2004)

Il Comitato lo ricorda a tutti quelli che lo hanno conosciuto con questo versetto: Perciò fratelli miei carissimi, siate saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore (1 Corinti 15,58)

da Erika Tomassone (7 maggio 2004)

Simonpietro era per me un collega molto interessante per le sue idee, i suoi slanci, la sua capacità di lavorare su questioni che la maggior parte dei pastori ignora, con slancio e convinzione. Mi rattrista molto il pensiero di non poterlo vedere seduto in mezzo a noi a farci ragionare, o allo stand al Sinodo a comunicare e convincere. Ho ammirato molto la sua tenacia e la costanza dei contenuti del suo impegno.

da Giovanni Sarubbi (7 maggio 2004 - Il dialogo.org)

Ho conosciuto Simonpietro lo scorso anno ad un convegno sulla costiera amalfitana, in quel di Furore. Siamo stati per tre giorni insieme a discutere di pace ed ho potuto apprezzare la sua semplicità e dolcezza. Poi lo abbiamo avuto nostro ospite ad Avellino ad un convegno organizzato dalla Chiesa Cristiana Libera sul tema dell'omosessualità ed anche allora il suo intervento è stato molto appassionato e pieno di quella umanità che solo i puri di cuore sono in grado di avere.

Altri messaggi sono arrivati da Mauro Ortelli e dal gruppo Narciso e Boccadoro, dal gruppo In Cammino di Bologna, da Mirella Abate (da Stoccarda), da June Scorza Terpstra, sua cugina, (dagli USA), da Claudia Valsecchi, da Alessandro Paris e dal gruppo Leonhard Ragaz, dal gruppo Ecumenici, da Klaus, Joachim e Sophie, da Pasquale Quaranta e dall'associazione Garcia Lorca di Salerno, da Simone Lanza e da Agape, da Francesca Spano, da Patrizia Pascalis